Mix di riflessioni in libertà

Ho  avuto la fortuna e la caparbietà di ritornare in Madagascar per l’ottava volta dal 2001.

Quest’anno si avverte un clima di eccitazione  nel Paese: il 25 ottobre ci sono finalmente le elezioni presidenziali che devono eleggere il presidente e il nuovo governo; quello attuale di “transizione” è ritenuto illegittimo sia dalla Comunità africana, che dall’ONU. Non candidano i Rossi o i Mosna.

Nessuno si aspetta l’uomo della provvidenza; la popolazione è disillusa e allo stremo e si spera almeno che si sblocchino gli aiuti internazionali per evitare lo strangolamento economico del Paese.

Antananarivo, la capitale, che conta due milioni di abitanti ti da un’accoglienza un po’ angosciante perché ci arrivi di notte e vedi meno luci e più deboli  in tutta la città che sulla collina di Trento.

Al mattino ti aspetta un’affannarsi di gente,  un mercato diffuso quasi rassegnato a non vendere mai abbastanza, un caos di traffico, di odori, di rumori, di povertà e  situazioni per le quali fai fatica a intravedere una evoluzione positiva.

Ma i colori delle bancarelle, dei fiori, gli sguardi tutt’altro che tristi della gente, la voglia frizzante del vivere  di giovani e bambini, carichi di vivacità e incoscienza, l’alternanza e la mescolanza di agglomerati di baracche e di zone residenziali, ville di antichi fasti coloniali a due passi da  mini risaie, “fabbriche” di mattoni, banca e supermarket europeo accanto a casupole di contadini costituiscono il fascino di questa singolare area urbana.

Il traffico ti soffoca,è peggiore del solito: c’è la campagna elettorale, camion puzzolenti che strombazzano pieni di ragazzi con la maglietta del candidato che sventolano bandierine; fare solo 5 km in auto può costarti 2 ore di embouteillage da camera a gas. Ma tutti sostanzialmente tranquilli!

Otto macchine su dieci sono  utilitarie francesi degli anni ’60 e ’70 – perlopiù 2 CV, Renault 4 e 5 – che solo i meccanici malgasci sanno far camminare ancora.

Il resto fa male allo stomaco: SUV e pick up esagerati dei nuovi ricchi e di tanti politici, in una forbice che si allarga sempre di più e fa montare la rabbia.

Tutto ad Antananarivo, detta Tanà,appare inquietante, disorientante… eppure bello. Ma quando  lasci la città, a nord o a sud, tutto cambia, anche il tuo pensiero.

Viaggi non sempre facili, in un Paese affascinante e contraddittorio.

Viaggi intensi, faticosi e anche costosi, visto che siamo volontari veri, e ogni tanto è opportuno dirlo. Strani monopoli Air France-Air Madagascar che con un biglietto a oltre 1.200 € scoraggiano il turismo, quella che potrebbe essere la maggiore risorsa del Paese, in un susseguirsi di governi corrotti che hanno svenduto tutto quello che vale agli stranieri, Cina e Francia in primis, ma i commensali sono parecchi.

Ai Paesi interessati a fare solo affari va bene così e  non pensano certo ad aiutare un’evoluzione democratica dello Stato: può creare loro solo ostacoli.

Viaggi per vedere, conoscere, capire, ascoltare e documentare quanto fatto e quanto resta da fare da parte di un’associazione come la nostra, che si impegna per fare nel modo migliore quello che chiamano cooperazione allo sviluppo.

Andarci per noi è come tenere teso quel filo di rapporti e di speranze, stare vicino a tutta quella gente in cammino, che si fa un mazzo quotidiano per vivere e sopravvivere, e a tutte quelle realtà (in gran parte Missioni Cattoliche),che si mettono a fianco di questa gente, sostituendosi ad uno Stato che spesso non c’è, nella sanità, nell’istruzione, nell’aiuto agli ultimi.

È sempre un’emozione forte visitare le nostre adozioni a distanza; sono bambini che provengono da vissuti durissimi, orfani di un genitore o affetti da patologie invalidanti, ma sempre sorridenti. Si sperimentano ora anche le adozioni collettive di intere classi scolastiche per sostenere studenti poverissimi che non possono pagare la tassa scolastica (l’ecolage) e insegnanti che fanno il loro lavoro in villaggi sperduti sugli altipiani, troppo lontani dalle loro abitazioni.

Le scuole cattoliche sono aperte a tutti e offrono un insegnamento di qualità attento alle esigenze del territorio. È normale vi siano percentuali di promossi, dalle scuole primarie al liceo, attorno al 90%, quando nella scuola statale, con le stesse commissioni d’esame, si arriva al 50%.

Anche noi,  pur consapevoli dei nostri limiti, vogliamo contribuire a dare concretezza a progetti piccoli e grandi che diano prospettive di futuro, attraverso una scuola di qualità per tutti, che possa creare la futura classe dirigente del Paese.

Sembra un miracolo assistere all’inaugurazione dell’anno scolastico; centinaia di bambini che avevi visto il giorno prima giocare fra le stradine o aiutare i genitori nei campi, con i vestiti laceri e sporchi di terra rossa, te li vedi improvvisamente davanti.

Tutti in fila, lindi,con il grembiule pulito all’alzabandiera e silenzio fino a quando li senti cantare il loro inno nazionale bellissimo, intenso, che ti entra forte nel cuore con le montagne attorno che fanno da cassa di risonanza.

Sventolano fieri insieme i colori rossoverdi malgasci e quelli bianchi e gialli vaticani.

Non riesci a trattenere una lacrima di felicità.

Proviamo a ragionare con i nostri partner per andare oltre la scolarizzazione, il diploma di liceo o di laurea che oggi rappresentano un punto di partenza, un bagaglio forte  e un’arma di cambiamento, ma non certo un punto di arrivo che deve essere il lavoro e l’indipendenza economica.

Se la crisi mondiale e la speculazione finanziaria  da noi hanno provocato danni incalcolabili, laggiù si traducono in povertà estrema, con  le materie prime pagate sempre meno, con la gente che lavora sempre di più per guadagnare sempre meno.

Ecco perché cerchiamo di aiutarli a produrre lavoro all’interno della missione, a cominciare dall’agricoltura, dall’orticoltura e dall’allevamento, per garantire il sostentamento delle famiglie nelle aree rurali e nelle periferie cittadine.

I diplomati in agricoltura e allevamento provenienti dalle campagne raramente vanno a cercare oggi improbabili fortune nella capitale o nelle altre città, ma sviluppano al meglio le loro risorse, con nuove tecniche colturali moderne e idonee al territorio, con interventi di rimboschimento  in un territorio abusato, buone pratiche che vanno lentamente a  superare le tradizioni sbagliate dei padri.

In tante missioni ci sono i laboratori, gli atelier, come li chiamano loro, di meccanica, di falegnameria, di edilizia, di elettrotecnica/elettronica, di taglio e cucito, dove i giovani imparano un lavoro o lavorano per insegnare ad altri. Si producono manufatti per la vita di tutti i giorni, si riparano macchine di tutti i tipi, si vende molto all’esterno, ma all’occasione si baratta anche un mobile con un sacco di riso, alimento base dell’alimentazione malgascia, per chiudere in qualche modo il cerchio dell’autosufficienza economica.

Nell’immensa campagna, la brousse, dagli altipiani al mare  vedi il Paese reale, un altro mondo, con la sua bellezza,  la sua terra colorata fatta  vivere da gente serena,ospitale, genuina e  laboriosa.

Sembra un miracolo il verde lucido e intenso delle risaie,  con la poca acqua che arriva dal cielo nella stagione secca; la stessa terra che diventa improvvisamente un inferno che rovina tutto, con i cicloni e le piogge monsoniche.

Quel caos semi-pianificato della capitale lascia il posto all’ordine di una  natura dolce e insieme aspra, prevale la serenità su una certa  rassegnazione, vedi ricchezza di spirito, voglia di vivere e fare.

Questa gente sa vivere intensamente la socialità, ti fa entrare in empatia con un’umanità genuina a noi quasi sconosciuta, che non appare per niente triste né scontenta del proprio avere o del proprio essere.

Dignità e fierezza li vedi negli  sguardi, nei sorrisi spontanei, nei saluti calorosi delle donne, degli anziani, di bambini belli e solari, nonostante la povertà, la fatica del vivere quotidiano, ma anche dell’aiutarsi quotidiano.

Se in Italia prevale la “cultura” dell’apparire, dell’“ho quindi sono”, loro “sono” e basta!

Sorridono e gustano il piacere delle piccole, semplici, grandi cose del quotidiano, delle albe e dei tramonti , dei miracoli della natura e della vita, dei loro bimbi che fanno i bimbi, giocano insieme e costruiscono giochi insieme, si divertono a fare i grandi portando i più piccoli sulle spalle o aiutano i genitori a piantare riso o raccogliere lo sterco degli zebù. Mai visti litigare… e se penso ad un immaginario di felicità, il bello dello stare insieme fra generazioni,il fare vicinato, penso a loro.

È vero: non pensano troppo al futuro, non hanno la cultura del risparmio; la loro pensione è rappresentata dai loro figli. Non ci sono nemmeno tutte quelle persone, come da noi, che hanno il chiodo fisso di accumulare ricchezze incredibili e immorali, come fosse una filosofia di vita, come dovessero vivere in eterno.

Vai dritto in crisi se pensi di insegnare qualcosa a questa gente, pronta ad aiutare e collaborare, a mandare a scuola i figli anche se devono fare anche due ore di cammino, pronti a costruirla gratuitamente  con le loro mani la “loro” scuola, perché sanno che è una grossa opportunità e un privilegio.

I bambini  vanno in classe  con entusiasmo, con voglia di apprendere, sono educati e disciplinati. Gli insegnanti sono una classe eroica e non sono certo in crisi di identità.

Credo che noi questo privilegio abbiamo il dovere di darglielo, di dare loro anche un presidio sanitario raggiungibile in poche ore per non vedere lo strazio di un genitore che vede il proprio bambino morire per una dissenteria o una banale infezione!

Forse loro non hanno bisogno d’altro, noi sicuramente abbiamo da imparare molto.

Ho avuto,abbiamo avuto, noi Amici del Madagascar,il piacere di visitare tante congregazioni cattoliche  presenti da decenni, dai Francescani alle Orsoline, dai Salesiani alle Piccole Serve, dai Dehoniani alle Trinitarie: tanti italiani che si sono messi a fianco del popolo  malgascio, tanti punti  di riferimento, “punti luce”  nell’istruzione e nella sanità, dove lo Stato sociale è praticamente inesistente. Una  Chiesa-Comunità vissuta coralmente, un luogo sì di preghiera, ma anche di incontro, di condivisione dei tanti problemi, di crescita collettiva.

Molti  missionari italiani sono anziani, molti hanno lasciato il testimone ai fratelli malgasci, molti, come Lanfranco, Francescano trentino di Faver, hanno speso la loro vita senza riserve per dare “privilegi” e dignità a tutti e solo persone come loro materializzano il significato della fede in Dio amando pienamente il prossimo senza mai giudicarlo.

La giovane Chiesa del Madagascar sta crescendo in fretta e lotta con la sua gente per un futuro migliore; con l’istruzione e la formazione ha dato al suo popolo la consapevolezza che il cambiamento è possibile,.. dal basso.

Improvvisamente ti senti orgoglioso di appartenere a questa Chiesa che qui in Italia ti sembra… lontana e a cui partecipi di striscio.

Mi viene in mente un passaggio di una canzone di De Gregori: “Il verde brillante della prateria dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio…”

Forse mi sono venute alla mente solo cose positive, forse ho dimenticato i cicloni e altro…, forse quel verde di De Gregori erano le risaie del Madagascar.

Sergio Matteotti

Amici del Madagascar Onlus -Sporminore – www.amicimadagascar.it

 Quanti sono i perché di un aiuto?

Tanti, sicuramente, ma uno solo può bastare, perché lo sappiamo: 1 miliardo di persone soffre di fame cronica; ogni 6 secondi un essere umano muore di fame.

Dobbiamo trovare un sistema che produca benessere per tutti attraverso nuovi modelli di concepire lo sviluppo: ridurre i consumi e consumare meglio, pagare e remunerare il giusto qui come in Africa.

Se 8 ore di lavoro qui bastano per vivere generalmente  bene, come accettare che lavorare in Africa dall’alba al tramonto non basti spesso per la pura sopravvivenza alimentare?

Perché aiutare il Madagascar o un altro paese impoverito? Per giustizia, per pari opportunità, per riequilibrare un po’ il nostro mondo. Per noi stessi, per impedire che la bomba della miseria esploda in un Paese qualsiasi  e centinaia di migliaia di persone disperate cerchino di raggiungere un miraggio occidentale, una Lampedusa  di turno.

Una tragedia nella tragedia, uno sradicamento  dalla loro terra che li porta in un’altra troppo diversa, fatta di relazioni umane congelate, uno svuotamento interiore, con prospettive da ultimi.

No, nessun africano deve essere costretto ad emigrare, deve decollare una politica comune dei Paesi ricchi atta a ridare quello che è stato tolto e si sta togliendo all’Africa

Un viaggio in Africa è un bagno di umiltà, un investimento, una lezione eterna di antirazzismo, un continuo mettersi in discussione, un aiuto per vivere meglio noi stessi e chiedersi perché gli africani non hanno le stesse opportunità del Nord del mondo, di questo mondo sbilanciato.