Velùma! (arrivederci)

Le luci sempre più vive, sempre più fitte rischiarano lo spazio oltre l’oblò dell’aereo e mi confermano, dopo lunghe ore di volo, che sto atterrando ad Antananarivo. Al mio fianco Roberto Faggin neurochirurgo di Padova e Francesca Avogaro, medico anestesista. Una nuova esperienza in terra d’Africa, propostaci dall’associazione MASC di Mantova e dagli Amici del Madagascar di Sporminore. Qualche mese fa avevano chiesto il mio parere sulla necessità di portare in Italia un bambino malgascio affetto da idrocefalo per farlo operare. Analizzando i problemi logistici, burocratici, organizzativi e finanziari che questa scelta avrebbe comportato, avevo consigliato di valutare la possibilità di inviare in Madagascar personale medico qualificato con lo scopo di eseguire l’intervento sul posto; scegliendo questa alternativa sarebbe stato possibile abbassare notevolmente i costi, ma soprattutto offrire una opportunità unica: dare la possibilità a più bambini di essere operati. Inconsapevole di quanto potesse pesarmi la proposta, incassai l’appoggio dei miei interlocutori. Eccomi ora qui, in procinto di scendere la scaletta dell’aereo. Mi aspettavo di essere avvolto dal caldo torrido ed umido che abitualmente trovo a Lomè, invece una tiepida serata è il preludio al mio incontro con questa lontana isola africana.  Padre Eugenio, un omone dalle mani giganti come il suo cuore, ci aspetta all’uscita dall’aeroporto e ci accompagna in una piccola casa della capitale ove finalmente possiamo dormire. Di nuovo mattino: riempiamo il pick up con valigie, borse, materassi, medici, mamme e bambini dalle teste marziane e via lungo la A7, la strada che attraversa da nord a sud il Paese. Un’avventura di 700 km attraverso risaie, terrazze coltivate, piccoli borghi, convulse cittadine dai nomi impronunciabili, colline arse, letti di fiumi in secca, uomini immersi nel fango delle cave di mattoni, donne piegate da carichi impossibili, bambini dagli occhi perlati che illuminano volti segnati dalla povertà, vera essenza dell’Africa. Stiamo correndo ormai da ore verso il sud. Nel cielo compaiono le prime stelle; con curiosità cerco di individuare le costellazioni di questo emisfero e, per la prima volta, scorgo la Croce del Sud! Boto, Charli e Raheri, i bambini che viaggiano in nostra compagnia (viaggiare è un eufemismo in queste circostanze) e che dovremmo operare, dimostrano una pazienza che noi abbiamo esaurito. Il fondoschiena è stremato dai sobbalzi e dalle inconsuete posizioni che assumiamo nella vana ricerca di un minimo di comodità. Francesca mi accusa di essere cinico quando non raccolgo i suoi lamenti ed alzo gli occhi al cielo;  Roberto è in trance.  Eugenio continua nel suo monologo di improperi contro i politici locali che non provvedono, a suo dire, a migliorare la viabilità. E’ ancora savana e notte. Poi, finalmente, una luce nel deserto, un pasto caldo, un letto. Siamo a Mahasoa (si traduce dove tutto va bene), il centro di salute ove opera padre Eugenio. Sono da poco trascorse quattordici ore di viaggio in fuoristrada e già la sveglia ci richiama alla realtà. Le 8.00: in piedi! Magnifica giornata. Messa in malgascio, colazione all’italiana, visita alla missione; è un piccolo gioiello reso tale dall’operosità delle suore trinitarie, religiose locali che, in continuo movimento, diventano ora insegnanti, ora infermiere, ora contadine. Tutto è funzionale, ordinato, pulito. C’è una palestra per fisioterapia pediatrica da invidiare. Rimaniamo senza parole. E’ il primo pomeriggio; ritorniamo sull’amato” pick up e via ad incontrare Agnese. E’ una signora non più giovane, un concentrato di energia e mitezza. Sostiene in quest’area del Madagascar il progetto di cooperazione internazionale voluto dall’associazione Fides onlus che prevede più settori d’intervento. Ci accoglie con grande simpatia e ci fa salire sul suo fuoristrada non diverso per agibilità al pick up di Eugenio. Percorriamo una quarantina di chilometri nella savana, su ciò che resta di una strada solcata dall’impeto delle piogge australi. Dopo villaggi di povera gente e aree desertiche improvvisamente si materializza una piccola oasi: un muro di recinzione verniciato a fresco, un cancello di ferro battuto dal quale entrano ed escono persone in divisa, chi azzurra, chi bianca, chi grigia. Alcuni candidi edifici circondano un’aiuola con vistosi fiori rossi. E’ Sakalalina, il gioiello di Agnese. All’ora di cena, intorno al tavolo, conosciamo Mariangela ed altre collaboratrici di Agnese. Cucina squisita ed un po’ di vino malgascio…dal retrogusto acetico. Mi tracciano la storia di questo piccolo ospedale, voluto in una sperduta zona del sud proprio per dare una risposta di salute alla gente che qui non aveva nulla. L’indomani di buon mattino siamo in sala operatoria. Roberto applicherà il drenaggio ventricolare a Charli, il bambino che doveva venire in Italia. Il blocco operatorio è piccolo, ma tenuto in perfetto ordine e pulizia. All’entrata in sala operatoria vengo redarguito da un’infermiera perché non ho calzato gli zoccoli … mi sento colpevole e mi adeguo con rispetto alla regola. Francesca si prodiga in consigli tecnici mentre si accinge ad addormentare il bambino. Tina e Ravaka, le due ragazze dedicate al servizio anestesiologico, ascoltano con attenzione, osservano e traducono in rapide ed efficaci manovre i suoi insegnamenti, dimostrando abilità ed intelligenza. Roberto con la maestria che gli riconosco (da anni offre la sua opera nel terzo mondo a favore di bambini con problemi neurologici) applica a Charli il sistema a valvola che consente al cervello di scaricare in addome il liquido che forma in eccesso. Roger e Misha, i due chirurghi dell’ospedale, assistono con curiosità ed interesse. Spetterà a loro in futuro gestire questi casi. L’intervento termina senza problemi e dopo qualche ora ritrovo il piccolo nelle braccia della mamma, avidamente attaccato ad un seno che non vuole lasciare. Gli faccio stringere nella mano un peluche; in futuro probabilmente si ricorderà di noi più per questo segno che non per la speranza di vita che gli abbiamo regalato, ma è giusto che sia così. Nei giorni successivi anche Boto e Rahedi vengono operati e riprendono gradualmente a camminare. Io mi dedico a “sistemare” i piedini di alcuni bambini affetti da piede torto congenito, una malformazione che noto essere frequente in questa popolazione e che, se non curata, impedisce di camminare correttamente. Ricostruisco anche qualche manina distrutta da ustioni e rimetto a posto un po’ di pance. Agnese e Mariangela ci ospitano a pranzo e cena nello loro casa; è un’occasione per scambiare opinioni, conoscere la realtà locale, fare progetti. Oltre all’ospedale gestiscono laboratori di cucito, un oratorio, scuole e chi più ne ha più ne metta. Come faranno, mi chiedo… e guardando Francesca e Roberto leggo nei loro occhi lo stesso interrogativo. E’ una domanda che affiora ogni volta che incontro persone minute che affrontano sfide apparentemente insormontabili. Circostanze, testimonianze, eventi mi convincono che un’imperscrutabile forza affianca l’uomo e lo sostiene quando tende la mano ad un altro uomo.  Tra le tante cose Agnese coordina anche un progetto di riforestazione attingendo agli aiuti previsti dal protocollo di Kyoto. In un vivaio adiacente alla casa sono ordinatamente distribuite piantine e talee di baobab, acacia, banano, palissandro, orchidee, ecc. destinate ad essere interrate in una vasta area di savana per ricreare foresta. E’ pomeriggio inoltrato quando il Land Rover ci trasporta su una strada sterrata verso una piccola collina; un punto strategico per poter ritornare in contatto con la civiltà! La presenza di una debole traccia di segnale consente ai telefoni cellulari di connettersi alla rete. Finora siamo rimasti isolati dal mondo potendo contare per la comunicazione solo sulla radio cb che Agnese usa per i suoi contatti quotidiani con Eugenio o per inviare, attraverso un indaginoso sistema, messaggi di posta elettronica. Raggiunta l’altura colgo l’occasione per staccarmi dal gruppo e risentirmi montanaro. Salgo veloce lungo un pendio di pietre saldate da un terriccio rosso, duro, impenetrabile. Poca erba secca, qualche pianta grassa, alcune faraone selvatiche indispettite dalla mia presenza. Continuo a salire finché sono in cima ad una montagnola che domina il territorio.

Il sole è al tramonto e tutto si tinge in tonalità di rosso. Non c’è che silenzio. Un mare di colline e la savana ai miei piedi. La mente percepisce le immagini, le trasforma in sensazioni, le concretizza in pensieri che si intrecciano, sfumano, ritornano. Diventano emozioni. Si sedimentano in ricordo.  Robertoooooooo !! Agnese mi chiama. Ritorno… a valle. Poco tempo ancora per stare tra questa gente in cui riconosci un miscuglio di razze e che si atteggia tollerante e gentile. La permanenza è stata breve ma intesa, per lavoro ed emozioni. Lasciamo alle spalle l’ospedale, il villaggio, gli amici appena conosciuti. Inizia il rientro. Lungo la strada ci fermiamo ad acquistare gli oggetti di artigianato che Rita e Caterina mi hanno diligentemente elencato nel pro memoria che ho in mano; serviranno per allestire i mercatini di Natale. Gioco al ribasso, intrattenendo con il commerciante una breve ma intensa battaglia. Mi convinco di aver fatto un buon affare, ma nasce un dubbio sottile quando l’avversario se ne va con i soldi, sogghignando. Manco di allenamento. A Tanà incontro suor Flaviana, una minuta, arzilla vecchietta che mi esorta ad aiutare in futuro i suoi bambini. Tanti. Annuisco impotente mentre visito una bambina che non cammina e che la suora ha voluto che a tutti i costi vedessi. Dò a lei l’ultimo peluche. Una voce in francese mi invita ad allacciarmi la cintura. Dall’oblò guardo l’ultimo scorcio di paesaggio malgascio. Siamo di nuovo in aereo. Si parte. Lascio questa terra contento per quanto abbiamo fatto. L’obiettivo che ci eravamo posti è stato abbondantemente raggiunto. Boto, Charli, Raheri e altri sette bambini ora possono sperare in una qualità di vita migliore. Credo che saranno contenti gli amici di Mantova ed anche Rita che mi ha buttato in questa avventura. Sotto di me scorre la rossa, arsa terra del Madagascar; vedo la costa, l’oceano e mi ricordo che questa è un’isola. Ripenso al vivaio di Agnese, a quei piccoli tralci di baobab che tra qualche anno saranno foresta. Si avvicendano i volti dei bambini disegnati dalla polvere, dal moccio non pulito, dai capelli arruffati; rivedo i loro vestiti laceri, il loro sorriso marcato da occhi perlati. Oltre l’oblò la notte, che è uguale in tutto il mondo, così come la povertà, il dolore e la voglia di vivere.

Tornerò a Sakalalina.

dott. Roberto Ghezzi